Non importa essere Napoleone per andare dal sarto

La storia della sartoria ha sempre usato i grandi del passato come una punteggiatura. Nata per tutti, al tempo in cui il fatto a mano era l’unica scelta a disposizione, ha sviluppato le sue punte di eccellenza al servizio dei miti della storia: scrittori, imperatori, condottieri e giù fino alle chiere di nobili dei casati di tutto il mondo. Nel luogo mondiale della sartoria, in Savile Row a Londra, a due passi da Piccadilly Circus, autografi e clienti famosi non si contano, da Napoleone III a Buffalo Bill, dall’imperatore del Giappone a Charles Dickens.

Nomi che farebbero pensare, sbagliando, a una sartoria rimasta ferma nel tempo. Vezzo per teste coronate (anche in senso sociale) senza riconoscergli un dinamismo e una contemporaneità che la vedono oggi in ottima forma, anche dall’unico punto di vista con cui la guardano “le masse”, ovvero quello del marketing.

Tendenze e numeri ci confermano invece che delle molte attività del passato che oggi fanno ancora tendenza, la sartoria è tra le più longeve, perché ha saputo raccogliere le sfide dei nuovi scenari della moda e rivolgersi ai nuovi consumatori accogliendo i cambiamenti della società con l’impegno a preservare la sua nobile tradizione.

andare dal sarto

Il sarto lavora da zero per ogni singolo cliente.

Il modello cartaceo che realizza è unico e tiene conto anche delle più piccole discrepanze della persona e della sua postura, prima di essere trasferito su un pezzo altrettanto unico di tessuto scelto, in genere, tra più di seimila campioni disponibili realizzati dalle migliori manifatture laniere del mondo.

Non a caso, questo appeal naturale della sartoria, è uno dei più imitati anche dall’industria del vestire, che non manca di abusare di una sovrabbondanza di termini come tailor made, sartoriale, custom made, dimenticando che l’unico sartoriale che esista è quello disegnato e tagliato direttamente sulla tela, uno per uno.

L’attualità e il momento fortunato della sartoria moderna è la constatazione che l’uomo non è cambiato, semmai è cambiato il suo guardaroba. Che oggi guarda anche agli indumenti “prestazionali” come i tecnici per il freddo o lo sport, ma non ha mai rinunciato all’abito, allo smoking, al cappotto. E mai come oggi la sartoria può contare su una nuova generazione di clienti, anche giovani, seriamente interessati e coinvolti nella genesi dell’abito: da dove viene, come viene fatto, con quale manualità.

Clienti e giovani consapevoli che le cose belle non sono immediate, non arrivano subito, e sono disposti ad aspettare anche otto o dieci settimane (e sottoporsi agli almeno due fitting di prova) pur di avere un pezzo di artigianato straordinario e duraturo nel tempo.

Un meccanismo di coinvolgimento del cliente rivoluzionario che ricorda la cucina a vista dei grandi ristoranti stellati e che rivoluziona la dittatura che impone un clic per l’acquisto e una manciata di ore per la consegna nel pacco postale.

Un gesto capace di cambiarci, perché indossare un abito di sartoria è un’esperienza totale, come guidare l’automobile esclusiva o indossare un orologio unico. Ed è proprio questa esperienza a saper attraversare tutte le epoche senza chiederci di mascherarci, magari da Napoleone.

Ready to wear e sartoria, la sfida impossibile che ha fatto bene a tutti

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